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Chi all’estero, sarebbe disposto a credere a una simile storia?
La vicenda che vi raccontiamo in questa nuova intervista è particolarmente significativa perchè, forse più delle altre, permette di capire quanto sia difficile vedersi accettare la chiamata diretta a Professore Associato in una università italiana, da parte del CUN (Consiglio Universitario Nazionale).

Ormai lo sanno tutti che il criterio applicato dal CUN per avallare una chiamata diretta a professore associato è quello della “equipollenza”, ossia è necessario essere stato professore associato all’estero per diventarlo in Italia. Non importa neanche che, come la professoressa Alessandra Fussi, si abbiano tantissimi anni di esperienza nell’insegnamento e nella ricerca, si siano vinti regolari concorsi per posti da professore in altre università straniere, nulla di tutto ciò: la cosa realmente necessaria è l’aver un biglietto da visita con su scritte due paroline inglesi, “Associate” e “Professor”. Nel caso della professoressa Fussi, c’è scritto invece “Assistant Professor, tenure track” e quindi niente equipollenza e niente posto da professore associato in Italia.

Però, francamente, alla storia delle “equipollenze” ci credono ormai in pochi. È chiaro infatti, come è emerso anche dalle interviste agli altri ricercatori, che il vero nodo della questione è nella soluzione, che può essere solo politica, del braccio di ferro in atto tra lo stesso CUN e il Ministero. La lettera che il Ministro Mussi ha inviato al CUN, in tal senso, ridà si qualche speranza ai ricercatori rientrati, ma non è certamente sufficiente a sciogliere il nodo.

Professoressa Fussi, ma è proprio vero che si è licenziata da un posto di professore che le garantiva una carriera sicura per tornare in Italia con il contratto “Rientro dei cervelli”, a tempo determinato, e senza reali garanzie per il futuro?
Si. Per rientrare in Italia ho lasciato un posto come “Assistant Professor, tenure track”, presso il Dipartimento di Filosofia di Holy Cross. Avevo già superato brillantemente la prima “tenure review”, e nel mio dipartimento avevo accesso a fondi di ricerca personali, avevo completa autonomia di insegnamento e titolarità di insegnamento. Per accedere alla “tenure track” avevo fatto un concorso molto serio. La mia università, bandito il posto, aveva ricevuto oltre trecento domande. Dopo la prima selezione, avvenuta sulla base del curriculum e delle lettere di raccomandazione, il Dipartimento ha intervistato dieci candidati all’ incontro annuale dell’APA (l’American Philosophical Association). Superata questa ulteriore selezione, sono stata invitata, assieme ad altri due finalisti, a passare due giorni “on campus”. Qui ho tenuto una conferenza pubblica, ho fatto una lezione agli studenti, ho avuto colloqui con tutti i membri del Dipartimento, con il Preside di Facoltà e con il Prorettore alla ricerca. La “tenure track” comprendeva un contratto di sei anni, preceduto da due “tenure reviews”. Al termine dei sei anni il dipartimento avrebbe deciso se confermarmi in ruolo.

E su quali basi avrebbero deciso se confermarla o meno?
Holy Cross è un College che si aspetta dai suoi docenti sia alti livelli di ricerca sia livelli di insegnamento impeccabili. Per quest’ultimo motivo le “student evaluations”, alla fine di ogni corso, sono prese in considerazione con la massima attenzione. Le mie “student evaluations” erano eccellenti, e, per quanto riguarda la ricerca, il mio Dipartimento, nella prima “tenure review”, aveva dato una valutazione molto alta ai miei contributi. Mantenendo gli stessi livelli di produttività didattica e scientifica non avrei avuto alcun problema per la “tenure” (la conferma in ruolo).

Sembra proprio un College molto stimolante, giusto?
Holy Cross, coerentemente con la missione di favorire la ricerca, ha diminuito il carico di insegnamento dei suoi docenti, ha finanziato convegni (proprio in questi giorni si terrà un grosso convegno di filosofia, http://www.holycross.edu/departments/crec/website/empathy.htm), e ha partecipato, e continua a partecipare, al BACAP (Boston Area Colloquium in Ancient Philosophy), che raccoglie le maggiori Università di Boston e organizza conferenze e pubblicazioni prestigiosissime in filosofia antica.
Dal punto di vista scientifico sia il mio College che la città di Boston (che ha una vita culturale e accademica di straordinaria ricchezza) mi offrivano tutto quello che desideravo.

Ma allora perchè ha deciso di tornare in Italia?
Sostanzialmente per ragioni personali e affettive, e perché ero convinta di poter lavorare bene nel nostro paese.

Come e’ stato l’impatto con l’Università italiana?
Tornare a Pisa, dove mi ero laureata tanti anni fa, è stata un’esperienza molto interessante. Ho tenuto corsi sia per la laurea triennale, che per la laurea specialistica, che, infine, per il dottorato.

E con gli studenti?
Gli studenti italiani che ho incontrato sono eccellenti! Devo dire che specialmente molti studenti del primo anno mi hanno colpito per la maturità, la passione filosofica, e, soprattutto, per le loro solide basi culturali. Sulla base di questi quattro anni di esperienza posso dire di provare ammirazione per quegli insegnanti di liceo che hanno continuato, in anni difficili per la scuola, a preparare studenti di altissimo livello. La presenza della Scuola Normale a Pisa ha naturalmente contribuito a fare sì che al Dipartimento di Filosofia di Pisa si continuino a iscrivere ragazzi bravissimi.

Quindi è soddisfatta dell’ambiente dove lavora. Ma ora il suo contratto sta per scadere, non è vero? Ha gia’ una posizione per il dopo “Rientro dei Cervelli”?
Il mio Dipartimento mi ha chiamato in una posizione di Professore Associato grazie alla legge 230 e agli incentivi stanziati per le chiamate dirette. La chiamata è ancora in sospeso, ormai da mesi. Se questo incubo non avrà fine, o se l’esito sarà negativo, il dopo “Rientro Cervelli” equivarrà per me alla disoccupazione.

Dunque la “chiamata diretta” a professore associato, per ora, non è stata accettata dal CUN?
La mia chiamata è stata respinta dal CUN nella seduta di dicembre.

E per quali ragioni?
È stata respinta, non sulla base del merito o dei titoli, ma per l’assenza di una idoneità accademica di pari livello che avrei dovuto possedere quattro anni fa, prima di partire. In assenza di tale idoneità quello che ho fatto in Italia in questi quattro anni non è stato preso in considerazione.

Ma mi scusi, non aveva una posizione da professore che le garantiva completa autonomia di docenza negli Stati Uniti? Non c’è equipollenza?
Per quanto riguarda l’idoneità, il CUN ha stabilito delle equipollenze fra ruoli stranieri e ruoli italiani senza indagare che funzioni venivano ricoperte all’estero, ma limitandosi a cercare delle simmetrie di status. Presumo che, essendoci negli Stati Uniti tre fondamentali tipologie di docenza (Assistant Professor, tenure track; Associate Professor; Full Professor), il CUN abbia, a mio avviso troppo frettolosamente, stabilito che queste tre tipologie corrispondessero meccanicamente a quelle di Ricercatore, Associato e Ordinario. Se si fossero seriamente considerate le funzioni svolte e il tipo di reclutamento, e se si fosse tenuto conto del fatto che le mansioni di un “Associate Professor” negli USA sono in tutto identiche a quelle di un “Assistant Professor on tenure track”, credo che la conclusione sarebbe stata che la mia posizione quando ho lasciato gli USA corrispondeva a quella di un Professore Associato non confermato.

Lei è anche la rappresentante degli altri “Ricercatori rientrati”. Come avete accolto la richiesta, che il Ministro Mussi ha fatto al CUN, di rivedere il criterio di “equipollenza”?
Sappiamo che in questi giorni il Ministero ha inviato al CUN una nota in cui, sulla base di un’interpretazione della legge rigorosamente argomentata, e difforme da quella offerta dal CUN, chiede che vengano rivalutate le domande respinte. Mi auguro che il CUN voglia accogliere questa richiesta.

Dopo tutte queste vicessitudini, e’ pentita di esser tornata in Italia?
Queste vicissitudini mi sono costate un anno di ansia, di incertezza, e il sentimento sempre più forte che il mio paese sia disposto a distruggere la carriera e la vita di persone di cui, invece, credo dovrebbe andare fiero. Come rappresentante degli studiosi rientrati, ho avuto modo di incontrare, al ministero, al CUN, fra i colleghi rientrati, e nel mio dipartimento, persone straordinariamente rette e tenaci. Purtroppo anche questo aspetto corrisponde a un cliché sull’Italia, un cliché che, confesso, mi infastidiva moltissimo vedere spesso accolto all’estero: questo è un paese infestato dalla corruzione, paralizzato da una burocrazia bizantina, e che, quasi miracolosamente, genera individui dalle qualità umane e scientifiche degne della più grande ammirazione.

Male che vada, pronta a ripartire?
Preferisco non rispondere a questa domanda. Una vicenda del genere è e rimane incomprensibile negli Stati Uniti. Proprio per questo motivo, in quanto coinvolta personalmente, e in quanto cittadina italiana, mi vergogno a raccontarla: getta discredito sul nostro sistema universitario, e indirettamente su di me.

Per quale motivo questa situazione dovrebbe compromettere la sua futura carriera, non essendo quella del CUN una valutazione di merito?
Se dovesse andare male, il mancato riconoscimento italiano del valore della mia attività durante questi quattro anni non potrà non avere una ricaduta estremamente negativa sulla mia carriera futura. Ma chi, all’estero, sarebbe disposto a credere a una simile storia?

Alessandro Liberati
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