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Cervelli Rientrati: il diritto a restare è guadagnato sul campo
Nuova puntata dell'inchiesta sul programma rientro dei cervelli, una storia simile ad altre ma con un punto fermo: la consapevolezza della propria capacità e il diritto guadagnato sul campo a restare.

La nostra nuova intervista e’ con il dottor Matteo Bertolini, fisico teorico, Professore a contratto “Rientro dei Cervelli” presso la SISSA di Trieste dal 2003. Dopo la Laurea in Fisica all’Universita’ di Torino, ha lavorato al CERN e ha conseguito il PhD in Fisica Teorica delle Particelle Elementari presso la SISSA di Trieste. Subito dopo il dottorato, si e’ trasferito a Copenhagen, al Nordita e al Niels Bohr Institute, dove ha passato diversi anni, come postdoc (borsa INFN) e come Associato di ricerca (Borsa europea Marie Curie), prima del ritorno in Italia.

Anche per il dottor Bertolini il tempo stringe: il contratto “Rientro dei Cervelli” sta per scadere e, ad oggi, non e’ purtroppo sicuro che possa continuare la carriera in Italia.

Buongiorno dottor Bertolini. Anche lei, come molti colleghi intervistati, ha lasciato l’Italia subito dopo il dottorato. Perche’?
Devo dire che, almeno nel mio campo, e' assolutamente naturale, dopo il dottorato, passare alcuni anni all'estero. Questo potra' poi portare a sviluppare una carriera all'estero, o puo' essere una parentesi internazionale di una carriera che continuera' in Italia.

Quindi consiglierebbe una esperienza all’estero ad uno giovane fresco di dottorato?
Penso possa essere un'esperienza molto importante dal punto di vista della formazione, della sprovincializzazione, dell'acquisizione di un'indipendenza scientifica lontani da dove ci si e' formati, e tanto altro. Nel mio caso e' stato sicuramente un passaggio fondamentale per la mia crescita come fisico teorico.

Non trova rischioso lasciare l’Italia appena finiti gli studi? Soprattutto se si vuol far carriera nel nostro paese?
Vorrei rispondere partendo con un commento un po’ provocatorio. Dopo la laurea, anzi, diro' di piu', addirittura anche dopo il conseguimento del dottorato, non ha molto senso “decidere di intraprendere una carriera in Italia o all'estero”. Una persona ha bisogno di anni per formarsi e crescere come scienziato. Gli anni di post-dottorato, cioe' gli anni fatti di contratti a tempo determinato dopo il conseguimento del titolo di PhD, sono quelli in cui uno deve capire quanto vale, quanto puo' essere competitivo nel proprio campo, quanto quel lavoro (perche' a quel punto e' un lavoro) lo soddisfi. In breve, se quella strada puo' avere un futuro per lui e se i (tanti) sacrifici richiesti sono compensati o meno dalla soddisfazione nel farlo, quel mestiere.
Le scelte, in particolare all'inizio della carriera, devono essere guidate principalmente dal principio:”Qual'e' la scelta migliore che posso fare per approfondire ed ampliare le mie conoscenze, in breve per crescere scientificamente?”. I calcoli, che giustamente devono tenere conto anche di tante altre variabili, bisogna cominciare a farli piu' avanti, secondo me. Un sistema sano non respinge chi ha guidato le proprie scelte in questo modo, anche se questo ha voluto dire “sparire” per un certo periodo. Quindi non bisognerebbe avere paura di andare all'estero, anzi.

E se il sistema non è propriamente sano?
Il problema e', appunto, che il sistema sia sano... In caso non lo sia, si', puo' essere piu' conveniente ragionare in maniera “piccola”, rimanere a portata di ufficio del proprio capo, sperando un giorno di essere ripagato di tanta obbedienza con il bramato posto fisso. Ma una carriera che parta da questi presupposti, personalmente, mi fa tristezza. A quel punto uno deve chiedersi se non sia meglio fare altro.

Ma e’ proprio cosi’ difficile fare carriera solo in Italia?
Paradossalmente… no! Forse e’ piu’ facile fare carriera solo in Italia, cioe’ senza mai mettere il naso fuori. Comunque e' chiaro che perche' ci siano prospettive di carriera per i giovani ci devono essere, da un lato, i fondi per finanziarle, queste carriere, dall'altro un'apertura da parte del sistema universitario all'ingresso di energie fresche. Ma, soprattutto, ci deve essere la disponibilita' a che questi nuovi ingressi avvengano tramite selezioni basate su criteri di qualita' e di merito, e modelli un po' piu' internazionali di quelli previsti dagli attuali concorsi.

Quando ha deciso di fare domanda per il Rientro dei Cervelli? E perche’?
Dopo quattro anni passati in Danimarca io e mia moglie (anche lei e' una ricercatrice) siamo arrivati ad un punto di snodo della nostra vita. Se volevamo un giorno tornare in Italia ci sembrava quello il momento giusto per farlo, sia scientificamente che da un punto di vista famigliare, visto che presto la nostra prima figlia sarebbe entrata in eta' scolare. L'opportunita' che mi si e' presentata con il programma “Rientro dei Cervelli”, quindi, mi e' sembrata un'occasione da cogliere al volo, e ho deciso di concorrere, anche se sapevo che la selezione sarebbe stata dura.

Dopo la sua esperienza, cosa ne pensa del programma?
E' evidente che l a tanto citata “fuga dei cervelli” non puo' essere contro-bilanciata con un programma che finanzia meno di 100 “rientri” all'anno. La soluzione di questo problema, quindi, deve essere ricercata con un approccio ben piu' radicale. Che passa -anche - per un totale cambiamento dei criteri concorsuali cosi' come di quelli di valutazione delle universita'. Siamo in attesa che questo governo faccia qualcosa, visto che in un anno si sono sentite molte parole, ma di fatti… poco o nulla. Il problema poi non e' tanto che delle persone vadano all'estero e non tornino piu’ indietro, ma che il flusso uscente sia compensato da un commensurabile flusso entrante.

Sicuramente il programma ha forti limiti, ma non trova che si sia cercato di aprire una strada per riportare qualche studioso nel nostro paese?
Certamente il programma, pur con tutti i suoi limiti, ha avuto il merito di aprire una strada, di dare un segnale nella giusta direzione. Il problema vero e' che l'intepretazione che del programma e' stata data da molti atenei in generale, e dal CUN in particolare, lo ha svuotato totalmente di senso. Il programma deve proseguire, ma solo nel contesto di un intervento ministeriale che ne chiarisca i punti ambigui e metta soprattutto le universita' nell'impossibilita' di usarlo come un modo per avere dei professori gratis (siamo finanziati quasi totalmente dal Ministero) senza investire sulla loro futura stabilizzazione - come purtroppo diversi atenei hanno fatto. Diversamente sono soldi buttati ed e' meglio chiudere baracca e burattini.

Quando scade il suo contratto? E dopo?
Il mio contratto scade a Novembre 2007. La SISSA (che devo dire ha interpretato lo spirito del programma per quello che voleva essere), ha recentemente inoltrato al Ministero la richiesta per una mia chiamata su un posto di professore associato, perche' la loro intenzione, dopo questi 4 anni di “prova”, e' quella di tenermi qui. Sono quindi in balia del Ministero e, aihme', del CUN che, come e' stato spiegato in diverse sedi - addirittura in recenti interrogazioni parlamentari (!) – ha rappresentato in questa vicenda il baluardo piu' forte contro l’ immissione in ruolo di noi professori aderenti al programma “Rientro dei Cervelli”. Ma questo, oramai, lo sanno anche i muri. Ora si e’ insediato un nuovo CUN. Noi tutti speriamo che sia composto da persone intellettualmente piu’ oneste di quelle del CUN precedente…

Si vocifera che qualcuno si opponga ad una vostra immissione perche' si parla di ope legis, ossia immissioni senza concorso. Che ne pensa?
L'ho sentita anche io questa obiezione, e devo dire che e' un argomento che non sta ne' in cielo ne' in terra.
Per vincere il contratto di rientro abbiamo partecipato ad una selezione aperta, presieduta da un Comitato di esperti nominato dal Ministero. Il nostro curriculum e il nostro programma di ricerca e’ stato valutato consultando referee anonimi, nazionali ed internazionali. Quelli di noi che hanno passato questa selezione hanno poi prestato servizio nelle diverse universita’, con un contratto di ricerca ed insegnamento, per un periodo di 3-4 anni. Abbiamo fatto ricerca, seguito tesi (nel mio caso di dottorato), insegnato, organizzato scuole e conferenze e ora, dopo tutto questo, siamo stati nuovamente valutati dalle nostre universita’ per un eventuale chiamata su un posto da professore.

Quindi, una volta rientrato, e’ stato nuovamente valutato dall’Universita’ italiana?
Si, alla fine dei primi 3 anni. La Sissa, ma ritengo che lo stesso abbiano fatto altri atenei, prima di decidere di inoltrare la mia chiamata al Ministero non solo ha fatto una severa valutazione interna, ma ha consultato esperti internazionali del mio settore di ricerca, chiedendo una valutazione della mia maturita’ a ricoprire un posto da professore. Ora le nostre domande sono presso il Ministero e quello che chiediamo non e’ un timbro di assenso. Bensi’ un’ulteriore esame che valuti tutto quanto abbiamo fatto e prodotto in questi anni in cui siamo stati messi alla prova. E, se il parere e’ favorevole, vedere accolta la richiesta di chiamata. Stiamo parlando di persone che hanno alle spalle qualcosa come 10 anni di ricerca post-dottorato. E che in questi ultimi 3-4 anni hanno svolto mansione da professore a tutti gli effetti, anche da un punto di vista formale. Sembra una richiesta da ope legis, questa? Eppure, c’e’ qualcuno che ha il coraggio di chiamarla cosi’…
Mi spingo a dire che il concorso che abbiamo e stiamo continuando ad affrontare noi, dalla prima selezione 3-4 anni fa, fino a quest’ultima a cui chiediamo di essere sottoposti, e’ piu’ serio e da’ piu’ garanzie dei normali concorsi da professore!

Male che vada, pronto a rifare la valigia?
Dopo l'investimento che mia moglie ed io abbiamo fatto... non voglio neanche pensarci. Ma e' evidente che se le cose non dovessero sbloccarsi quella e' l'unica possibilita' che ci rimane per continuare a fare il lavoro su cui abbiamo investito gli ultimi 20 anni della nostra vita!

Alessandro Liberati
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