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Fallimento Nel Rientro dei Cervelli: Il Mondo Ci Bacchetta
Un piano interessante, un idea giusta, portata avanti in modo disastroso in un ambiente ostile. I rimproveri internazionali. Non è il piano di invasione dell'Iraq, ma il progetto "Rientro dei cervelli". Torniamo a parlarne per una serie di speciali "Inside Story".

Quello che era stato pensato come un programma che avrebbe risolto il problema della fuga dei cervelli non ha avuto gli esiti sperati. I 460 scienziati che sono rientrati in Italia sei anni fa non riescono a trovare posto nelle Università. Questo è quanto risulta da un articolo pubblicato sulla versione on-line della rivista Nature. Il programma era stato promosso nel lontano 2001 dal Ministero dell’Università e della Ricerca con il preciso scopo di richiamare in Italia quei giovani costretti a svolgere la loro attività di ricerca all’estero. Ai ricercatori era stato promesso un contratto quinquennale che sarebbe stato un primo passo verso l’inserimento nelle strutture accademiche italiane.
Ma non è andata così. L’anno scorso, allo scadere dei primi cinque anni del progetto, il Ministero dell’Università ha stanziato 3 milioni di euro in un anno per coprire il 95 per cento degli stipendi di quei ricercatori per cui i dipartimenti di riferimento si erano espressi con note positive in merito all’inserimento nell’organico.
Buona parte di questi finanziamenti sono rimasti inutilizzati perché il senato accademico di molte Università ha vissuto il programma di rientro dei cervelli come una forzatura istituzionale per "fare saltare la coda", così si legge sulla rivista Nature, a ricercatori che vengono da fuori a danno di coloro che, in Italia, da anni aspettano di avere un posto all'interno dell'Università.
Ecco allora che interviene il Consiglio Nazionale delle Università. In difesa di questi "sapienti cervelli in fuga" ha dichiarato che i partecipanti al programma del "rientro dei cervelli" devono essere considerati, per legge, alla stessa stregua dei ricercatori stranieri che decidono di lavorare in Italia. Questo vuol dire che possono concorrere per una posizione che sia simile a quella che occupavano nel paese di provenienza. Per i giovani ricercatori, molti dei quali avevano all’estero delle borse di post-dottorato, questo vuol dire non poter concorrere neppure per posti da ricercatore in Italia. Un vizio formale, un "cavillo politico" come è stato definito, che sembra compromettere il raggiungimento dello scopo ultimo del programma: quello, cioè, di far rientrare in maniera stabile nel nostro paese i giovani che le nostre università hanno formato e che da troppi anni sono costretti ad emigrare.

Vi racconteremo di loro e delle loro esperienze. Nessun paese può permettersi di sprecare risorse, intelligenze e il proprio futuro.

Daria Raiti
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