Cos'è il terzo settore? secondo la definizione di Wikipedia è quel complesso di istituzioni che all'interno del sistema economico si collocano tra lo stato e il mercato. Soggetti di natura privata volti alla produzione di beni e servizi per il pubblico. È il mondo del non profit: le organizzazioni che non hanno scopi di lucro e reinvestono gli utili interamente per gli scopi organizzativi.
Il terzo settore non è solo volontariato, è anche una grande occasione di lavoro per chi dopo l'università deve scegliere la propria strada. Le possibilità non mancano, per chi ci crede e si impegna. In tempi in cui l'offerta di lavoro latita, approfondiamo un mondo che in Italia forse è troppo trascurato.
Ne parliamo con Marco Crescenzi, Presidente di Asvi e coordinatore di Leader2Leader, il network dei migliori dirigenti non profit italiani. L'Asvi è l'agenzia italiana per lo sviluppo del non profit, la sua missione è quella formare i migliori manager e progettisti di “trasformazione sociale” e seguirli nel loro percorso professionale.
Presidente, che prospettiva è il terzo settore per chi esce dall'università?
«In Europa è il bacino occupazionale più in crescita da molti anni, in Italia negli ultimi dieci anni è raddoppiata l'occupazione nel settore.
Nel nostro paese siamo a oltre un milione di persone impiegate nei vari ambiti, dal socio-assistenziale all'attivismo sociale. È circa il 3% dell'occupazione complessiva. La media europea è intorno al 6%, negli Stati uniti sono al 7%. In Germania, Belgio e Olanda si arriva al 13%. Per dare un dato più preciso: la sola Caritas Germania ha 500 mila lavoratori, occupati, non volontari! Parliamo di un settore che in tutto il mondo, laddove si sommassero le entrate delle principali organizzazioni, arriverebbe a costituire la quinta economia mondiale».
Perché questa differenza tra Italia e gli altri paesi?
«Perché in altri paesi il non profit gestisce maggiormente grandi strutture e servizi come scuole e ospedali, mentre in Italia molto è gestito dalla Chiesta cattolica. Questo ha tolto uno spazio molto grosso al non profit e inevitabilmente le due realtà sono destinate a cozzare, come già oggi succede. Sicuramente si creerà uno spazio maggiore per il terzo settore un po' a scapito dell'ambito cattolico, anche se una parte del non profit è cattolico. Immagini che la più grande ONG italiana ha circa 40 milioni di fatturato, molto anche grazie al 5 per mille; altri soggetti all'estero sono oltre i 40 miliardi di sterline...»
Quali sono le principali ONG italiane?
«Emergency, Amref e Cesvi».
Che lavori si possono fare nel terzo settore?
«Innanzi tutto una premessa: chi si avvicina al settore non deve essere animato solo dalla voglia di lavorare, di fare un lavoro come un altro. Deve essere animato dalla voglia di cambiare il mondo, il proprio paese o la comunità internazionale.
Data questa premessa, le carriere sono interessanti e diverse. Noi ci occupiamo e monitoriamo quelle più di carattere manageriale, i ruoli chiave di cambiamento sociale. Per esempio il fundraiser, cioè la figura dedita alla raccolta fondi, ma non solo. In realtà il fundraising è la creazione di simpatia nei confronti dell'organizzazione. Da questa simpatia possono scaturire donazioni, competenze, volontari, energie favorevoli per la causa dell'organizzazione.
Poi ci sono gli ambiti di comunicazione: il communication officer o il manager della comunicazione.
Il Campaigner invece organizza l'attivismo sociale e le campagne.
C'è il partnership manager, che gestisce anche i rapporti col for profit; quindi un profilo che costituisce una opportunità anche per i manager che vengono dal for profit.
L'ambito progettuale è molto esteso perché, così come le fabbriche producono, le non profit progettano: c'è un bisogno enorme di progettisti qualificati, bravi sia in ambito di progetti europei sia in ambito di cooperazione internazionale, dove spesso il project manager si occupa sia di fare i progetti che di gestirli direttamente, in Italia o all'estero.
Questi sono i profili su cui abbiamo il 90% di occupazione dopo la laurea o il diploma e sicuramente sono quelli di maggiore impatto. Poi ce ne sono molti nelle professioni sociali, nell'ambito socio-sanitario o educativo».
Le università italiane riescono a preparare bene i futuri manager o addetti del non profit?
«Il problema è che al settore l'università non manda giovani preparati su quello che ci serve, bensì persone che, per esempio, conoscono la cooperazione internazionale ma non sanno fare i progetti, non sanno gestire un'agenda, non sono capaci di fare budget finanziari, non hanno basi di rendicontazione. Manca la pratica. C'è un motivo preciso strutturale: i soldi che l'università dovrebbe destinare alla progettazione li tiene per sé, non li va a dividere con gli operatori del settore, che sono quelli che gli danno la chiarezza del fabbisogno e l'utilità della proposta. Se tu devi fare un corso devi sapere di cosa hanno bisogno gli operatori, deve farlo con loro. Se te lo fai per conto tuo, presumi il fabbisogno ma poi non hai una rispondenza.
L'altro problema è la mancanza di radicamento dell'università nel terzo settore. L'università ci chiama per fare gli stages, ma se non ci chiama anche in fase di progettazione per vedere quale può essere il programma del corso, allora ci utilizza, non ci coinvolge come partner».
A colmare questo gap subentrano i master. Si spogli per un attimo delle vesti di presidente Asvi e quindi di responsabile della formazione qualificata che offrite. Le chiedo un giudizio da manager del terzo settore sui master italiani.
«Ci sono alcuni master che sono interessanti. C'è il master dell'Università di Pavia sulla cooperazione internazionale, che non a caso è fatto con il VIS (Volontariato Internazionale per lo Sviluppo).
Un altro master interessante è alla Bocconi, è coordinato da Giorgio Fiorentini e insegna il management delle organizzazioni non profit e delle imprese sociali. È un master che ha il vantaggio di avere una storia dietro e la guida di una persona molto stimabile.
Poi c'è quello di Valerio Melandri sul fundraising, all'Università di Bologna. Uno dei primi master italiani su questo ambito. Melandri è la persona che ha studiato di più il fundraising e che ha scritto più libri di tutti sul settore».
È un numero un po' esiguo...
«Il problema è cosa hanno in testa gli operatori del non profit. Quando si parla di formazione nel settore si parla di questi soggetti che ho citato e di Asvi. Gli altri non sono nella testa degli operatori.
Ma non per forza si deve fare un master: il responsabile campagne di Amnesty International è cresciuto nell'Organizzazione come attivista sociale finché è arrivato a ricoprire quella importante posizione. Dunque esiste anche la via interna del volontariato. Anche se la cosa più efficace in assoluto è fare un buon master e uno stage; da lì, se sei bravo, hai tante possibilità di far partire la carriera. È un modo per fare esperienza seria, per acquisire dei crediti.
Il terzo settore ha disperatamente bisogno e occorre considerare che funziona in maniera anticiclica: più c'è crisi e più interviene per aiutare. Quindi chi è più bravo ha grandi possibilità di crescita: c'è bisogno di fundraiser per raccogliere fondi, di comunicare bene e di fare progetti di qualità.
Per esempio, i finanziamenti del Ministero degli Esteri si sono assottigliati e, mentre quelli erano facili da ottenere, adesso la sfida diventa più forte perché per ottenere i finanziamenti dall'Unione Europea bisogna fare progetti di alto livello».
Quali sono le lauree più adatte?
«Non c'è un rapporto tra laurea a riuscita professionale nel nostro settore. Ognuno può dare un contributo in base alle sue conoscenze specifiche, l'importante è la qualità della preparazione».
Proviamo a rispondere a un interrogativo che si pongono in tanti: è vero che nel terzo settore si guadagna poco?
«Dipende dall'età, dalla posizione. Un giovane entra nel non profit con uno stipendio pari ma anche superiore al for profit, diciamo 900-1000 euro al mese. Dipende anche dalle competenze maturate. Nel complesso direi che l'ingresso è molto più favorevole rispetto ai normali standard di mercato.
Più si sale di livello e più la condizione economica diventa sfavorevole. Un manager di alto rango può guadagnare 2000-2500 euro, quasi la metà di quanto guadagna un suo pari grado nel for profit».
Quindi possiamo dire che un giovane che inizia a lavorare può aspirare a guadagnare circa 1000 euro?
«Stiamo sui 1000, ma dipende anche da quanto è bravo. Perché se riesce a ottenere buoni risultati può guadagnare di più. Così come una buona opzione è quella di aggiungere un'altra entrata, per esempio chi elabora un progetto può anche partecipare alla sua attuazione. Normalmente si sta tra i 900 e i 1200 euro. Quando si cresce e si acquisiscono maggiori responsabilità magari si parte da 1500».
Al di là dei soldi, il trattamento generale è migliore?
«Sì. Si tenga conto del fatto che quasi l'80% dell'occupazione è femminile e per le donne c'è un'attenzione maggiore, un utilizzo delle risorse molto diverso da quello improntato allo sfruttamento esclusivo. In generale ci sono dei rapporti interni amichevoli, un ambiente più friendly rispetto al for profit.
C'è una maggiore elasticità da entrambe le parti. Capita che l'organizzazione chieda ai lavoratori un impegno supplementare su un progetto e, non potendo pagare gli straordinari, in cambio concede ampia libertà di scelta per un periodo di ferie. Elasticità e rapporti chiari insomma.
Un altro vantaggio è l'alta possibilità di avere rapporti, contatti, scambi, aggiornamenti a livello internazionale».