Appunti |
Scheda
Titolo
Riassunti del libro la metafora del passaggio
Autore
melon
Tipo
Università
Istituto
Nessuna relazione
Materia
Professore
Nessuna relazione
Anno
2010
Crediti
50
Descrizione
Riassunto del libro la metafora del passaggio esame di bioetica in base alle lezioni del prof.
Anteprima
1. La verità ha un linguaggio?
A partire da SantAgostino, si può dire che ogni sapere è rappresentazione in quanto rappresentazione di un non sapere, di un non conosciuto. Ed infatti il non sapere non è estraneo al sapere, ma al contrario è il modo tramite il quale il sapere stesso si edifica.
Di conseguenza la verità non deve essere vista come un ideale verso il quale deve tendere ogni pensiero, ogni riflessione, ma è qualcosa di cui noi tutti siamo prigionieri.
Ma di questa costrizione nei confronti della verità non possiamo dir nulla, è un indicibile.
La questione del metodo nasce quindi proprio in questi termini: ciò tramite cui il pensiero si elabora e pone la questione del vero è una formalizzazione che pensa un indicibile, e senza il quale tale pensiero non sarebbe nulla.
Si può quindi dire che la verità ha un proprio linguaggio? Sicuramente no, perché se le fosse possibile manifestarsi in una forma particolare, allora non sarebbe pensiero, in quanto formalizzazione di un indicibile, anche perché ciò che si enuncia è il pensabile.
Tantè che se noi prendiamo ad es. la lingua ebraica, vediamo come, per indicare Dio, lindicibile, si usi una grafia, un insieme di simboli che non hanno un significato, che indica “ciò che non si scrive”.
Infatti non bisogna confondere lindicibile con limpensabile: dellimpensabile non si dice nulla, mentre lindicibile è ciò che suscita i nostri modi di pensare, i quali vanno a configurarsi come la delucidazione di ciò che è misterioso.
Che cosè dunque questo sapere, il nostro sapere, che recepisce il falso? Innanzitutto bisogna tener conto che il falso non è il nemico del vero, ma il suo testimone. Il falso non può che accompagnare un pensiero, non può non essere il compagno di viaggio di un pensiero dal momento in cui questultimo è il pensare di un indicibile. Per questo noi possiamo sempre denunciare il falso, laddove il falso si nutre della distinzione metodologica tra indicibile e pensabile, mentre ci è molto più difficile accedere al vero della verità di un enunciato.
Non si deve dimenticare che, tra laltro, pensare significa sfuggire ad un pensiero tautologico .
Ma allora cosa significa sapere? Imprigionati come siamo dietro le sbarre di una prigione invisibile, la prigione della verità, ci creiamo lillusione che latto di pensare sia la manifestazione, tramite il pensiero, della non costrizione.
In quanto liberi, e cioè in condizione di dire il Tutto, crediamo di possedere il linguaggio del tutto, la verità, e cioè di essere in grado di enunciare la totalità, ovvero il senso come pienezza di senso per se stesso.
2. il dubbio e la certezza. p5
Si può dire che si hanno 4 punti di metodo:
- sapere
- non saputo
- dubbio
- sapere come ritiro del sé
Per quanto riguarda il dubbio, possiamo dire che non cè alcuna forma di conoscenza che non sia una messa di dubbio, perché ogni esercizio del pensare non si libera mai di quella particolare forma che consiste in una rappresentazione di cui non si dubita. Sapere infatti non consiste, come si potrebbe pensare, allaccesso a qualcosa di estraneo alla conoscenza, dove tale accesso assumerebbe la forma del dubbio, ma sarebbe il potere di dubitare di se stesso, e anche di contestarsi n ciò che precisamente lo costituirebbe come sapere, cioè il potere di uscire da sé per installarsi nel dubbio.
In realtà il dubbio appartiene alla certezza, e infatti non deve essere visto come nemico del sapere, ma va pensato come la sua speranza.
A partire da SantAgostino, si può dire che ogni sapere è rappresentazione in quanto rappresentazione di un non sapere, di un non conosciuto. Ed infatti il non sapere non è estraneo al sapere, ma al contrario è il modo tramite il quale il sapere stesso si edifica.
Di conseguenza la verità non deve essere vista come un ideale verso il quale deve tendere ogni pensiero, ogni riflessione, ma è qualcosa di cui noi tutti siamo prigionieri.
Ma di questa costrizione nei confronti della verità non possiamo dir nulla, è un indicibile.
La questione del metodo nasce quindi proprio in questi termini: ciò tramite cui il pensiero si elabora e pone la questione del vero è una formalizzazione che pensa un indicibile, e senza il quale tale pensiero non sarebbe nulla.
Si può quindi dire che la verità ha un proprio linguaggio? Sicuramente no, perché se le fosse possibile manifestarsi in una forma particolare, allora non sarebbe pensiero, in quanto formalizzazione di un indicibile, anche perché ciò che si enuncia è il pensabile.
Tantè che se noi prendiamo ad es. la lingua ebraica, vediamo come, per indicare Dio, lindicibile, si usi una grafia, un insieme di simboli che non hanno un significato, che indica “ciò che non si scrive”.
Infatti non bisogna confondere lindicibile con limpensabile: dellimpensabile non si dice nulla, mentre lindicibile è ciò che suscita i nostri modi di pensare, i quali vanno a configurarsi come la delucidazione di ciò che è misterioso.
Che cosè dunque questo sapere, il nostro sapere, che recepisce il falso? Innanzitutto bisogna tener conto che il falso non è il nemico del vero, ma il suo testimone. Il falso non può che accompagnare un pensiero, non può non essere il compagno di viaggio di un pensiero dal momento in cui questultimo è il pensare di un indicibile. Per questo noi possiamo sempre denunciare il falso, laddove il falso si nutre della distinzione metodologica tra indicibile e pensabile, mentre ci è molto più difficile accedere al vero della verità di un enunciato.
Non si deve dimenticare che, tra laltro, pensare significa sfuggire ad un pensiero tautologico .
Ma allora cosa significa sapere? Imprigionati come siamo dietro le sbarre di una prigione invisibile, la prigione della verità, ci creiamo lillusione che latto di pensare sia la manifestazione, tramite il pensiero, della non costrizione.
In quanto liberi, e cioè in condizione di dire il Tutto, crediamo di possedere il linguaggio del tutto, la verità, e cioè di essere in grado di enunciare la totalità, ovvero il senso come pienezza di senso per se stesso.
2. il dubbio e la certezza. p5
Si può dire che si hanno 4 punti di metodo:
- sapere
- non saputo
- dubbio
- sapere come ritiro del sé
Per quanto riguarda il dubbio, possiamo dire che non cè alcuna forma di conoscenza che non sia una messa di dubbio, perché ogni esercizio del pensare non si libera mai di quella particolare forma che consiste in una rappresentazione di cui non si dubita. Sapere infatti non consiste, come si potrebbe pensare, allaccesso a qualcosa di estraneo alla conoscenza, dove tale accesso assumerebbe la forma del dubbio, ma sarebbe il potere di dubitare di se stesso, e anche di contestarsi n ciò che precisamente lo costituirebbe come sapere, cioè il potere di uscire da sé per installarsi nel dubbio.
In realtà il dubbio appartiene alla certezza, e infatti non deve essere visto come nemico del sapere, ma va pensato come la sua speranza.
Commenti
ok: - Sabato, 07 Maggio 2011 14:41:08 - lucia caruccio
ok
ciao: - Mercoledì, 22 Giugno 2011 21:11:44 - mirella falco
come faccio a ricevere i crediti??
m: - Mercoledì, 26 Ottobre 2011 01:46:53 - melania ruggiero
b
f: - Giovedì, 03 Novembre 2011 20:13:31 - melania ruggiero
a
info: - Lunedì, 21 Novembre 2011 16:13:46 - maria di mauro
grazie!!!!
info: - Lunedì, 21 Novembre 2011 16:18:07 - maria di mauro
speriamo
interessante: - Martedì, 22 Novembre 2011 20:04:49 - Ettore Palmisano
ben strutturato
be : - Martedì, 03 Aprile 2012 16:38:36 - Giovanni Di Martina
ben fatto ok grazie tantissimo
OK: - Martedì, 03 Aprile 2012 23:44:34 - Giovanni Di Martina
OK
si: - Martedì, 17 Aprile 2012 01:04:27 - gigi cassarà
ottimi
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